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Rassegna stampa - mercoledì 27 settembre 1995 ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2001

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Pubblicato su L'Unità - 27/09/1995
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E ora dividiamoci su Baglioni



di FULVIO ABBATE

U NA VOLTA, qualche anno fa, la mia amica Martina Francocci, tutta seria, disse esattemente così: io, da uno a cui piacciono le canzoni di Baglioni, non mi farei toccare. E non scherzava mica. Sul serio non si sarebbe concessa a un fan di Claudio. Provai a saperne di più, volevo conoscere le ragioni di questo suo rifiuto accanito eppure sereno. "Ci vuole coraggio civile per tirare fuori una frase come: anche il mio cane si fa serio e abbaia alla malinconia...", la sua risposta. Con Martina ci incontriamo spesso, ma per mantenere immacolata l'amicizia, da allora, abbiamo smesso di parlare di Baglioni. Ma se è vero, come dice il filosofo Feyerabend, che la coerenza appartiene a chi non ha idee, perfino lei è riuscita a incrinare i suoi convincimenti apparentemente incrollabili, infatti, tempo dopo, ha confessato: "mi vergogno di me stessa: mi è piaciuta una sua canzone". Credo si riferisse a Mille giorni di te, di me.
Avete capito? Non è facile mantenere la parola quando si tocca questo tasto. Tanto è vero che mi sarebbe piaciuto ascoltare Io sono qui proprio assieme a Martina, ma lei, per fortuna mia forse anche dello stesso cantautore, ieri era irreperibile. Il nodo Baglioni così resta. Insomma, perché dovremmo apprezzare le sue canzoni? Noi che detestiamo il piagnisteo sentimentale, e siamo forti come un dio di quercia, noi che non vogliamo assolvere una canzone ricorrendo al pendolo della malinconia, del tempo che passa, dei ricordi che rendono belle le cose che in principio trovavamo disgustose. È proprio il caso di ragionarci su. Si sappia che personalmente nessuno di noi, disdegna il pathos, anzi voremmo piangere un giorno sì e un giorno sì, in modo da purificarci e così vedere le cose dell'amore nella loro verità, sul serio ci è caro il pathos, ma soltanto quello che serve a migliorarci. Ebbene, sputiamo il rospo: spesso non siamo convinti che le canzoni di Baglioni siano il massimo della vita, il massino della poesia. E anche adesso, ascoltando l'ultimo suo disco, siamo lieti d'avere una scorza dura intorno al cuore, una scorza che i suoi versi, i suoi accordi non ce la fanno a intaccare. L'abbiamo già detto, è d'altra pasta la commozione che vorremmo ci visitasse. Tuttavia il nodo resta perché, a onor del vero, come Martina, certe volte un po' ci ricrediamo, resta la scorza a fare da sentinella al nostro cuore, eppure qualcosa di lui apprezziamo. Che sia un segno d'impoverimento, dell'incapacità a chiedere di più: tutto è subito?
Dico questo perchè sappiamo quello che può darci Baglioni, anche col suo ultimo disco: emozioni , come no, ma leggere, un rosario dai grani d'economico turchese, un primo soccorso di cui non resta a notte fonda molta traccia; e tutto questo perché siamo ormai definitivamente crudeli e inconsolabili, personcine cattive e desolate cui non bastano più né il buon senso né la complicità accorata che si offre ai delusi, agli incompresi, ai lasciati: coloro che attendono la telefonata che non arriverà, se arriverà sarà soltanto per sentirsi dire: no, stasera ho da fare, e poi ho capito che non sei il mio tipo.

Qualcuno, parlo di un altro amico che vuol restare anonimo, dice che tutto è ingiusto, perché Baglioni, lo si voglia o no, appartiene alle stagioni del nostro amore, e giunge ai sentimenti migliori dei ragazzi perchè è un vero poeta popolare, e adesso anche civile; come la Susanna Tamaro. Sarà vero? Nel dubbio corro ai ripari. E cito niente di meno che Trotskij. Voi direte: che c'entra il teorico della rivoluzione permanente con l'autore di passerrotto non andare via? C'entra, c'entra. Ecco come: una volta, dei bolscevichi cattivi, attaccarono il poeta Sergej Esenin certi d'avere l'appoggio di Trotskij. I cattivi pensavano: lui che ha messo in piedi l'Armata Rossa starà dalla nostra perte. E invece manco per niente. Trotskij prese carta e penna e scrisse: Esenin è un gran poeta, poco importa che, sentimentale com'è, non senta affine a sé la rivoluzione, resta ugualmente un'immensa anima.
Spero, mettendo in mezzo Trotskij, di avere salvato capra e cavoli, di aver reso felici coloro che si precipiteranno ad acquistare Io sono qui e quegli altri che, invocando altre durezze e agitando i dischi di Jacques Brel, preferirebbero un Baglioni ritirato definitivamente a vita privata. Ultimo nodo: si concederà mai, Martina Francocci, a un baglioniano?

segnalato da Caterina

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